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L’AI è oggi quello che è stato lo smart working dopo il Covid, il femminismo dopo il Me too, l’ambientalismo dopo Greta Thunberg, il vestito blu e nero (o bianco e oro?) dopo il post sul vestito blu e nero (o bianco e oro?): un argomento di conversazione onnipresente, impossibile da bypassare, perché è entrato prepotentemente nei nostri pensieri, nella nostra vita quotidiana, nell’economia e nella società.
L’AI è stata anche il tema portante dell’edizione 2026 dell’evento Supernova Agencies di Wethod, in H-Farm, che ci ha visti presenti anche quest’anno, con l’intento di cogliere spunti, afferrare trend, captare segnali che ci ispirino nel nostro lavoro.
A Supernova Agencies abbiamo ritrovato i due approcci che più marcano i discorsi su questo tema: quello pragmatico (che prompt devo usare? come può aiutarmi a lavorare questo modello?) ma soprattutto quello filosofico (dove sta andando l’AI? cosa significa intelligenza? cosa c’è di insostituibile nell’uomo?).
Sono interrogativi che ci poniamo anche noi, per lavorare concretamente giorno dopo giorno e per tracciare la strada da seguire, cercando di fare la differenza e dare valore a quello che facciamo.
Nella risposta al secondo interrogativo, c’è il motivo per cui un cliente dovrebbe rivolgersi ancora a un’agenzia quando ha a disposizione strumenti che fanno molte cose più o meno “da soli”.
E no, quel motivo non è “le agenzie sanno usare meglio l’AI”.
L’agenzia non è “la mano che sa dare il prompt”, ma è quell’entità capace di vivere esattamente in quel confine tra umano e artificiale, dove avvengono il contatto, l’integrazione e sì, anche la demarcazione.
Uno speaker ha parlato di “densità umana” contrapponendola al significato: i modelli AI hanno un’altissima densità di informazioni umane (è lì che si addestrano), ma non per questo sanno creare senso. Un altro ha sottolineato l’importanza delle “conoscenze tacite”, quelle cose che sai “a istinto”, o grazie agli anni di esperienza sul campo, ma che sarebbe impossibile concretizzare in un prompt. Si è visto come le figure “tradizionali” non siano diventate inutili, o marginali, ma abbiano semplicemente cambiato lo strumento con cui lavorano.
Ecco: l’agenzia sta lì, nella consapevolezza che l’AI non è una bacchetta magica che rende le persone capaci di cose che prima non sapevano fare, ma è uno strumento per fare le stesse cose di prima, con più risorse di prima.
E così che anche in Olojin abbiamo accolto l’AI: non con la paura che spazzi via vent’anni di esperienza, ma con l’entusiasmo di pensare a come potrà trasformarli in qualcosa di ancora più potente.
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